Edizione 2011

Saltuaria – rassegna teatrale discontinua                                                               

Saltuaria, Le perchiste: ETIENNE JULES MAREY 1830-1904

Diversamente dalle precedenti edizioni Saltuaria 2011 si articolerà nell’arco dell’intero anno, attraverso spettacoli, laboratori, conferenze dislocate nel tempo.
Non avrà più la struttura del festival, ma verranno di volta in volta promossi eventi slegati da uno spazio comune e da una programmazione generale.
Gli eventi si adatteranno alla forma del luogo in cui verranno ospitati (cortili, appartamenti, spazi aperti, saloni privati ecc.); ogni volta sarà una sorpresa, un nuovo imperdibile incontro.

quinta edizione

lunedì 14 febbraio . Primi passi sulla luna . Andrea Cosentino

domenica 3 aprile . Dux in scatola . Daniele Timpano

venerdì 13 maggio . Materday . “Le Donne”

sabato 28 maggio . Opera dei pupi di Palermo . Gaetano Celano e Salvatore Bumbello

sabato 1 ottobre . Refenìstola . Laboratorio Teatro Officina

sabato 29 ottobre . La Cisterna . Massimo Zaccaria (Bari)

8, 9, 10, 11 novembre . Laboratorio è una cosa piccola . laboratorio di teatro diretto da Claudio Morganti (Prato)

sabato 12 novembre . Lectura Dantis . Claudio Morganti (Prato)

sabato 17 dicembre . Estraneo (lettura tragica per voce e percussioni) . Modesto Messali e Carlo Dodesini (Palazzolo sull’Oglio)

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI.

si consiglia la prenotazione.
info@teatroflautomagico.org.
Saltuaria è su facebook.
telefono: 030 731539 – 030 731539 – 339 8908269.

organizzazione e direzione artistica a cura dell’Associazione Teatro Flautomagico.

SOSTENGONO SALTUARIA:



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Estraneo
Lettura tragica per voce e percussioni
Modesto Messali e Carlo Dodesini (Palazzolo sull’Oglio)
Produzione: TFM
Sabato 17 Dicembre

Presso l’Aula Magna Martin Luther King, via Dogane, 6 (Palazzolo s/O, Brescia)
Ore 21.00 – Ingresso 13 euro – Più allegro banchetto

E’ notte. Piove. Dovrei asciugarmi almeno i capelli. Tu compagno stammi ad ascoltare. Ci vorrebbe un Sindacato su scala Internazionale. Quanti specchi: specchi dappertutto. Una tipa su un ponte china sull’acqua. Maria ti amo. Torna Maria. Una matta che ingoia della terra. Le Zone per la notte. E quel generale ai margini della foresta che spara a tutto quel che vede muoversi.

Estraneo’ è una nostra ri-lettura tratta molto liberamente da ‘La Notte poco prima della Foresta’ di Bernard Marie Koltès. Un’operazione che abbiamo voluto scarna ed essenziale: una voce che cammina sottobraccio a percussioni sincopate, a tratti cadenzate, talora melodiche.

Carlo Dodesini inizia lo studio delle percussioni appassionandosi a strumenti etnici come Congas, Balanfon e  Djembé. Nel 2001 si iscrive alla classe di percussioni presso il conservatorio “Luca Marenzio”  di Brescia sotto la guida del maestro Antonio Segafreddo  iniziando così lo studio della musica classica sulle principali percussioni della tradizione occidentale: timpani, tamburo, marimba, vibrafono e xilofono. Durante il corso di studi ha frequentato seminari e woorkshop con i vibrafonisti  Ruud Wiener  e David Samuels. Si laurea in strumenti a percussione nel 2009. Parallelamente agli studi classici coltiva il suo interesse per la musica latina studiando con i maestri Gilson Silveira e Luis Agudo e suonando nei gruppi “Appel “ e “Banda de Allegria”.

Modesto Messali, teatrante per ‘vizio’, è un componente dell’Associazione Teatro Flautomagico (TFM) con la quale ormai da anni promuove sul proprio raggio d’azione varie attività e progetti. Si forma attraverso l’incontro con grandi personalità del teatro contemporaneo (dall’Odin Teatret a Michele Monetta, dal Teatro Tascabile di Bergamo a Claudio Morganti) e grazie anche all’invisibile e preziosa esperienza artigianale di emeriti sconosciuti. Dal 2007  con il TFM, organizza ‘Saltuaria – Rassegna Teatrale Discontinua’, uno spazio aperto ai diversi e molteplici linguaggi dell’arte del Teatro. Attratto soprattutto da un Teatro contraddistinto da  una continua e lenta Ricerca,  coordina, altresì, diversi progetti e laboratori in ambito sociale e scolastico.


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Lectura Dantis
(caduta dentro i canti III, V, XIII, XVII, XXXIII dell’inferno)
Claudio Morganti (Prato)
Sabato 12 Novembre

Presso l’Aula Magna Martin Luther King, via Dogane, 6 (Palazzolo s/O, Brescia)
Ore 21.00 – Ingresso 13 euro – Più allegro banchetto

Claudio Morganti, Lectura Dantis

Per me si va.
Per me si sa.
Per me si è.
Si tratta di un viaggio all’inferno.
Quello di Dante, quello dove ancora si parla, ancora si vede, si incontrano persone.
Ben altro inferno coviamo, ma breve, perché dopo di questo sarà l’inferno del nulla, della negazione di tutto.
Il NO regna. Niente vedere, toccare, sentire. Niente sensi e forse anche niente senso.
Ma cos’è l’unità, la coerenza stilistica di fronte al salto in un pozzo senza fine?
Cos’è l’assurda coerenza formale, la bella figura, la rettitudine del “tutto d’un pezzo” di fronte alla precipitazione nella morte?
Colei di fronte alla quale tutto cade e si torna ad esser veri.
Si è vivi e veri solo nella caduta finale. E’ davvero un inferno.

Dunque, nel leggere versi, la forma sonora ingabbiata dal corpo,
trova il suo farsi lì per lì.
Un farsi incoerente, tradente, autonomo, vivo e forse vero perché sincero.
E poiuesta mente logica.dovrà pur lasciarlo questo corpo.
Questa mente deve farsi anch’essa finale. Final-mente.

Ho scelto di aderire nel modo più testardo (e dunque terreno) possibile al precetto
Eduardiano secondo il quale : “Chi cerca lo stile trova la morte, chi cerca la vita trova lo stile”.
Ma nella trans-esistenza della scena lo stile è anche forma.
Formalmente questa lettura, è un inferno pop, con intendimenti e guizzi rock, cosparsa di suoni a tratti molto glam, ma niente affatto cool.
Adieu.

― Claudio Morganti


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Laboratorio è una cosa piccola
Claudio Morganti (Prato)
8, 9, 10, 11  Novembre

Presso l’Aula Magna Martin Luther King, via Dogane, 6 (Palazzolo s/O, Brescia)

Laboratorio di teatro – max 12 partecipanti – orario dalle 17.00 alle 21.00
per costi e informazioni:    339 8908269 – info@teatroflautomagico.org

Claudio Morganti, Laboratorio è una cosa piccola


Laboratorio è una cosa piccola.
Laboratorio è una cosa preziosa, occasione d’incontro, di sperimentazione profonda, di specchio, è un’analogia, è conoscienza.

Dov’è finita la saggezza che abbiamo perduto in virtù della conoscenza?
E dov’è finita la conoscienza che abbiamo perduto grazie alla comunicazione?
Non ricordo chi l’ha detto.

Avemmo saggezza.
Abbiamo avuto conoscienza.
Abbiamo comunicazione.

Bene tentiamo un passo indietro.
Voltiamoci e retrocediamo.
Non so dire perchè, ma credo che “retrocedere” abbia a che fare con la saggezza.
Dunque voltiamoci e retrocediamo, ma ad occhi chiusi, se no che gusto c’è?

Lo spettacolo ha a che fare con la vista.
Il teatro ha a che fare con l’udito.
Dunque si lavorerà sulle innumerevoli possibilità di ascolto.

Di sè.
Degli altri.
Delle cose.

Attorno ad alcuni oggetti misteriosi.
La calma.
L’attenzione.
La concentrazione.
Il movimento.
La sospensione della volontà.
La leggerezza.

― Claudio Morganti


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La Cisterna
Massimo Zaccaria (Bari)
Sabato 29 Ottobre

Presso l’Aula Magna Martin Luther King, via Dogane, 6 (Palazzolo s/O, Brescia)
Ore 21.00 – Ingresso 13 euro – Più allegro banchetto

Massimo Zaccaria

Testo e regia di Salvatore Arena
Finalista Premio Scenario per Ustica 2009
Una produzione Mana Chuma Teatro

La storia
Un uomo in una piazza del sud del mondo grida al cielo il suo dolore.
Abbandonato dalla moglie e dal figlio si ritrova da anni ad aspettare un santo che non si fermerà mai. Aspetta quel santo con fede cieca per ottenere un miracolo di cui non ha bisogno. Un uomo senza braccio, questo è per tutti gli altri, per la gente, per se stesso. La piazza lo stringe, lo circonda. Gli occhi degli altri gli pesano addosso come piombo. E, tra il ricordo di un sogno, di un figlio che non incontra da anni, vive questa vita fatta di niente. Pinuccio anni addietro lavorava in una rimessa lavaggio. Un compagno cade dentro la cisterna al cui interno ci sono vapori di zolfo, non ha scampo, così come non hanno scampo gli altri tre suoi compagni intervenuti per aiutarlo. Un Giufà pugliese contro voglia, suo malgrado. Chi è Pinuccio, cosa vuole? Vuole che il nastro del tempo si riavvolga, vuole cancellare dalla sua testa il ricordo, il senso di colpa per la morte dei suoi amici. Vorrebbe entrare nella cisterna e salvarli tutti. Invece le cose che sono avvenute rimangono lì, come un’immagine riflessa dentro l’acqua.

Il fatto. “la Repubblica” martedì 4 marzo 2008.
“Lunedì 3 marzo 2008, Molfetta. Lo zolfo a contatto con l’acqua diventa acido solforico. Nessuno lo sapeva. Doveva essere un’operazione di routine, la pulitura di una cisterna vuota utilizzata per trasportare zolfo. Il grande bidone verde delle Fs cargo chemical poggiato sulla scocca di un camion e posteggiato sotto la tettoia con le testine rotanti e i getti d’acqua a 120 gradi. È stata strage, alle tre del pomeriggio. La strage del Truck center di Molfetta. I vapori velenosi usciti dalla cisterna hanno stordito e risucchiato sul fondo Guglielmo Mangano, 43 anni. Il collega Luigi Farinosa, 36 anni. Un giovane camionista, Biagio Sciancalepore, 22 anni, si è attivato un minuto dopo, e un minuto dopo era già morto dentro la cisterna. Stessa fine per Vincenzo Altomare di 63 anni, titolare dell’impresa e Michele Tasca di 19 anni, intossicato che muore qualche giorno dopo in ospedale. Cinque morti. Cinque nuove croci”.

Sul palcoscenico.
Prima di raccontare. Mi chiedo sempre: perché scelgo questa storia e non un’altra? Mi chiedo qual è il modo giusto, con quale punto di vista la racconto? Come testimone, come protagonista, come donna, come animale. Ne assumo i suoi occhi. Il corpo poi mi guida. Nella semplicità della storia cerco la mia nudità di uomo. La verità deve essere detta tutta senza fronzoli. Mi lascio andare, allora, mi abbandono a quello che i protagonisti della vicenda vogliono dire. Sosto silenzioso sul palcoscenico e aspetto. Vedo ombre che si muovono. Io non le inseguo, mi vengono a cercare, loro. Solo alla fine, stremato, capisco quello che vogliono dire. Ogni parola mi pesa in bocca, ogni muscolo si allena, per lavare un camion. Si allenavano i polmoni per non respirare. Sciocco respiro zolfo acceso di un fiammifero per capire e non capisco. E allora rido e piango. Nessun metodo, solo la leggerezza dell’abbandono. Nessun metodo. Solo uno sguardo. Solo una parola e non un’altra


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REFENÌSTOLA
Laboratorio Teatro Officina
Sabato 1 Ottobre

Presso la Cascina Rossi, Urgnani, Bertoli, Keci, Via Palosco, 15 (Palazzolo s/O, Brescia)
Ore 21.00 – Ingresso 13 euro adulti. 5 euro bambini – Più allegro banchetto

STORIE, LEGGENDE, CANTI E FILASTROCCHE DELLA TERRA BERGAMASCA
Testo di di Gianfranco Bergamini
Con Annalisa Pagani, Lia Vessecchia,
Ettore Rodolfi e Davide Lenisa
Progetto luci di Davide Lenisa
Montaggio scenico e regia di Gianfranco Bergamini

“C’erano / quelli che andavano a vendere / la merceria / allora / ne veniva solo uno d’estate / un uomo vecchio / non so neppure ora come si chiamava / né da dove veniva / arrivava da molto lontano // noi abitavamo nei “Polèc” / lui aveva una cesta / poi aveva un pezzo di stoffa / l’arrotolava / e la legava al manico / poi la metteva sulla spalla / così la cesta non gli faceva male / poi girava a vendere / portava le spagnolette / la fettuccia / cose di quel genere / gridava sempre / – refe e fettuccia ! / refe e fettuccia ! – / noi lo chiamavamo “il Refenìstola” / quando passava da queste parti e batteva questa zona / veniva nella nostra stalla a dormire / poveretto anche lui ! // poi a San Martino / quando cominciava a fare freddo / portava la cesta da noi / e col pezzo di stoffa che adoperava / per fare il cordone / copriva la cesta / poi la legava / e ce la lasciava per tutto l’inverno // col guadagno / che faceva in estate / comprava una o due caprette e così aveva il latte per l’inverno / e per mangiare / io non so proprio come facesse // poi in primavera / vendeva le sue capre / comprava ancora la merce da mettere nella sua cesta / poi girava / noi l’abbiamo sempre chiamato “il Refenìstola” / ci raccontava le storie di sera / se si fermava due o tre giorni / a preparare le sue cose / o a comprare le caprette, poi ripartiva // quando lo vedevamo arrivare : / – è il Refenìstola! / arriva il Refenìstola! / eravamo tutti contenti .”

“Chi giocava a carte / chi canterellava / questa gioventù d’inverno / andava a cacciarsi nelle stalle / una sera andava in una stalla / una sera in un’altra / invece adesso / non va più nessuno / in casa d’altri / per prima cosa hanno riguardo / perchè ora tutti hanno un pò bello / e non vogliono sporcare / io invece mi ricordo / che quelli che abitavano vicino alla chiesa venivano sempre su nella nostra stalla / e poi mio padre / che è stato sei anni in America / raccontava un po’ di cose / che qui non avevamo mai visto / per esempio la corrente elettrica che qui non c’era . . . “

Le storie presentate nello spettacolo sono:
La stòria dèla mèrla (La storia della merla)
La pölèga e ol piöcc (La pulce e il pidocchio)
Ol brass dèl mórt (Il braccio del morto)
La camisa dèl mórt (La camicia del morto)
Refenìstola (Refenìstola)
Gal Cristàl (Gallo Cristallo)
Ol matrimòne (Il matrimonio)
DATI
Anno: 1996
Spettacolo per tutti
Produzione: Laboratorio Teatro Officina
Comune di Urgnano (Assessorato alla Cultura)


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OPERA DEI PUPI DI PALERMO
Di e con Gaetano Celano e Salvatore Bumbello
Sabato 28 Maggio

Presso la Cascina Rossi, Via Palosco, 15
Ore 21.00 – Ingresso 13 euro adulti. 6 euro bambini.

˙Opera dei Pupi di Palermo, Rassegna Saltuaria Gaetano Celano I vuci ri Palermu

Programma:

  • Orlando libera Angelica dal gigante
  • Farse di Nofriu e Virticchiu
  • Da Quarto alla battaglia del ponte Ammiraglio: Cuntu di Gaetano Celano

L’origine dell’opera dei pupi

E’ estremamente difficile individuare con certezza in quale periodo nascono i pupi(dal latino Pupus, che significa bambinello) e il luogo da cui parte questa tradizione; le prime e poche testimonianze sono state scritte da Giuseppe Pitrè (fondatore della demologia, la scienza che studia le manifestazioni, le tradizioni, la cultura del popolo).

Alcuni studiosi del 1700 supponevano che l’abilità dei pupari derivasse da quella di alcuni siracusani molto bravi nel costruire e far muovere marionette a tempo di Socrate e Senofonte.

Nel 1700 i pupari con pupi in paggio (non armati) rappresentavano alcune storie siciliane; di tutte queste opere sono arrivati a noi soltanto le farse, che ancor oggi vengono rappresentate. Esse ci ricordano le “Vastasate”, spettacoli portati in scena al “Piano della Marina” dentro un baraccone chiamato “casottu di li vastasi” guidato fra gli altri dal comico Don Peppe Marotta.

Nello stesso periodo a Palermo vi erano molti “Cuntisti”, che affabulavano il pubblico con intrigate vicende di incantesimi, tradimenti, inganni, amore, duelli e battaglie. La gente seguiva racconto per racconto intere storie e seguiva un personaggio dalla nascita alla morte. Prendendo spunto da queste narrazioni, due pupari, Don Gaetano Greco e Don Liberto Canino decisero di vestire i loro pupi in paggio con delle armature, costruendo guerrieri cristiani e saraceni, sulla base degli affreschi esistenti a Palazzo Reale e allo Steri. Copiarono lo stile delle armi, creando dei modelli e cominciarono a costruire i pezzi delle armature, prima in maniera rudimentale, via via più raffinate e tecnicamente sempre meglio articolate. I visi, perfettamente intagliati, riscattavano qualche manchevolezza della struttura e davano al pupo l’immediato carattere del personaggio, fiero o burlesco che fosse.

Nell’Opera dei Pupi si ha la trasmissione di alti codici di comportamento dalle antiche origini che hanno interessato il popolo siciliano, codici come la cavalleria , il senso dell’onore, la lotta per la giustizia e la fede.

Tra le principali tematiche trattate dall’opera dei pupi occorre ricordare che quella prevalente è la trattazione di soggetti cavallereschi. Le fonti principali per questo tema sono la Chansons de Geste da dove deriva il Ciclo Carolingio che abbraccia un periodo storico che va dalla morte di Pipino il Breve a quella dell’imperatore Carlo Magno.

Il Ciclo di Carlo Magno prevede una particolare suddivisione: “La storia di Ettore e i suoi discendenti”, “I Reali di Francia da Costantino a Carlo Magno”, “Storia dei Paladini di Francia”, “Guido Santo e i discendenti di Carlo Magno”.

L’Opera dei pupi è il teatro tradizionale delle marionette dell’Italia meridionale.

Ne esistono tre diverse tradizioni: quella “palermitana” diffusa nella Sicilia occidentale, quella “catanese”, diffusa nella Sicilia orientale e in Calabria, quella “napoletana”, diffusa in Campania e in Puglia, che differiscono per qualche aspetto della meccanica, della figurazione e per qualche soggetto.

Tipo Palermitano

La lavorazione artigianale di un pupo è rimasta identica a quella applicata dai primi costruttori. Per la costruzione dei corpi, delle teste e degli animali viene usato il legno di faggio, di noce, di tiglio e di cipresso. L’ossatura viene preparata in nove pezzi che vengono così suddivisi: due piedi, due gambe, due cosce, un busto, mano e pugno o doppie mani. Questi parti vengono montate tra di loro con il fil di ferro.

L’ossatura viene misurata dal piede sinistro alla spalla, il piede destro viene accorciato di qualche millimetro, accorgimento utile per facilitare il primo passo. Le misure dell’ossatura variano dai 45 cm per i ragazzi e per gli angeli, ai 62-63 cm per i paggi misti e soldati; si arriva ai 65 cm per i cavalieri ed ai 70 cm per i giganti. Il braccio viene strutturato con una tela resistente che lascia libertà di movimento; la tela viene fissata alla spalla con dei chiodi e innestata ai polsi con una cordicella.

Al centro del busto, all’altezza del collo, viene infilato un filo di ferro che attraversando due buchi prende la forma di “U” e viene agganciato ad un altro fil di ferro fissato ad un incavo del corpo, precisamente nella parte del collo. Quest’ultimo serve per dare al ferro di testa la possibilità di agganciarsi e di sorreggere il peso del pupo. I metalli utilizzati per le armature sono alpacca o ottone con arabeschi in rame. L’unico personaggio che da tutti i pupari viene realizzato per metà in rame e per metà in ottone o alpacca è Brandimarte. Ogni costruttore ha creato i suoi modelli che poi man mano ha perfezionato; su una lastra di metallo di mm 5 si segnano tutti i pezzi e si ritagliano. La lavorazione avviene nel seguente modo: ogni pezzo viene spianato e poi modellato con dei martelli a palla; lo scudo, le ginocchiere, i bracciali, l’elmo e i tappi degli spallacci vengono lavorati su tronchi di legno già sagomati; tutti i pezzi vengono ripiegati lungo tutto il bordo con la “penna di martello” necessaria per gli ornamenti. Infine si passa alla saldatura che unisce i vari pezzi su cui si applicano gli arabeschi.

Su ogni armatura vengono fissate le insegne, che per tradizione identificano i personaggi. L’ultimo lavoro e la lucidatura e poi il montaggio. Si preparano due bacchette di ferro di 7,5 mm di diametro e della lunghezza di 75 cm; la prima bacchetta regge il peso del pupo e alla sua estremità, alla distanza di 10 cm, viene inserito un manico di legno, che dà la possibilità al puparo di poter controllare tutti i movimenti del corpo. L’estremità della bacchetta viene poi piegata a forma di mezzaluna perché il pupo possa essere appeso sia in scena che fuori; l’altra bacchetta va ad agganciarsi nel polso destro e dà il movimento durante l’azione.

Una cordicella, legata alla mano sinistra per mezzo di un foro tra l’indice e il medio, serve a far muovere la mano durante i dialoghi e ad alzare lo scudo per parare i colpi durante le battaglie. Una seconda cordicella, legata all’impugnatura della spada, passa attraverso il buco del pugno destro e va ad essere legata nel ferro che dà i movimenti al polso; una terza, fissata alla coscia sinistra, dà la possibilità al pupo di inginocchiarsi, di montare a cavallo, di mostrare con il tremito del piede l’impazienza o la rabbia; un’ultima cordicella viene legata al ferro di sostegno e alla visiera che in tal modo si può abbassare o alzare. Tutte le cordicelle vengono tinte con anilina nera.

Si prepara il vestito per i paggi : per i paladini si usa una “faroncina”, mentre per i saraceni un paio di pantaloni alla zuava con colori sgargianti. Le spade o le scimitarre vengono preparate in lamiera di acciaio, mentre l’impugnatura e l’emblema che va al cimiero viene ricavata dalla fusione dei ritagli di metallo. Un pupo armato pesa dai sette ai dieci chilogrammi.

pupo tipo palermitano


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MATERDAY
“Le Donne”
Venerdì 13 Maggio

Presso l’Aula Magna Martin Luther King, via Dogane, 6 Palazzolo s/O Brescia
Ore 21.00 – ingresso euro 10.00 + allegro banchetto.

Materday, una sorta di spettacolo-avvenimento per 7 donne che ci permette di raccontare alcune delle cose che vogliamo dire. Materday è un viaggio negli stereotipi, leggero ed ironico, a tratti lievemente danzato, a tratti allegramente carezzevole. Materday dura 45 minuti, ma poi può continuare per alcune ore.


proposta teatrale a cura di “Le Donne” Associazione Teatro Flautomagico.
regia di Modesto Messali
clicca qui per maggiori informazioni


Materday, "Le Donne"


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DUX IN SCATOLAautobiografia d’oltretomba di Mussolini Benito
Daniele Timpano
Domenica 3 Aprile

Presso la Fondazione Cicogna Rampana, via G. Garibaldi, 24 Palazzolo s/O Brescia
Ore 21.00 – ingresso euro 13.00 + allegro banchetto.

Nella nostra bella Italia, tra le due guerre, fioriva in Italia uno statista meraviglioso: Benito Mussolini. Facciamo uno sforzo d’immaginazione collettiva: fate conto che sia io. Morto.
Un attore – solo in scena con l’unica compagnia di un baule che viene spacciato come contenente le spoglie mortali di “Mussolini Benito”- racconta in prima persona le rocambolesche vicende del corpo del duce, da Piazzale Loreto nel ’45 alla sepoltura nel cimitero di San Cassiano di Predappio nel ‘57. Alle avventure post-mortem del cadavere eccellente si intrecciano brani di testi letterarii del Ventennio (Marinetti, Gadda, Malaparte…), luoghi comuni sul fascismo, materiali tra i più disparati provenienti da siti web neofascisti, nel tentativo di tracciare Il percorso di Mussolini nell’immaginario degli italiani, dagli anni del consenso a quelli della nostalgia.


drammaturgia, regia, interpretazione di Daniele Timpano
collaborazione artistica Valentina Cannizzaro e Gabriele Linari
foto di scena di Valerio Cruciani, Massimo Avenali
progetto grafico di Alessandra Dinnella
una produzione di amnesiA vivacE
in collaborazione con Rialto Santambrogio, Consorzio Ubusettete

Dux in Scatola, Daniele Timpano Daniele Timpano


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PRIMI PASSI SULLA LUNA
Andrea Cosentino
Lunedì 14 febbraio

Presso la Fondazione Cicogna Rampana, via G. Garibaldi, 24 Palazzolo s/O Brescia
Ore 21.00 – ingresso euro 13.00 + allegro banchetto.

Primi passi sulla Luna


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